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20 de abril de 2020 Migrazioni. L'Ue non nasce come «scudo», ora osare ed essere ambiziosi. Di Piero Fassino
E serve un Migration Compact euroafricano che offra linee guida per la gestione dei flussi dei cosiddetti migranti economici,...

 

 

 

Di Piero Fassino

 

Caro direttore,

 

«La Grecia è il nostro scudo». Parole della presidente Ursula von der Leyen che hanno suscitato sconcerto, soprattutto perché pronunciate dopo una frettolosa visita al confine greco-turco, là dove migliaia e migliaia di profughi inermi vivono in condizioni di agghiacciante disumanità, ammassati in una striscia di terra ed esposti alle aggressioni di squadracce della destra e al fuoco della polizia. E se è certamente utile inviare tende e generi di prima necessità per alleviare le sofferenze di quella moltitudine di esseri umani, questa non può essere l’unica risposta della Ue. Né davvero ci si può limitare a invocare che la Turchia rispetti gli accordi sottoscritti. È doveroso chiederlo, ma è troppo poco. La Ue è nata non per essere fortezza assediata, ma per affermare valori di apertura, convivenza, libertà, solidarietà, tutela della dignità umana. E per far riconoscere quei valori anche là dove sono negati. Per questo, non è più dilazionabile un radicale cambio di passo nella gestione dei profughi e dei flussi migratori. Servono corridoi umanitari, in primo luogo per minori, donne e persone fragili. Servono meccanismi cogenti di redistribuzione, sostenuti da programmi e finanziamenti che all’accoglienza facciano seguire una effettiva integrazione. Serve un’unica e omogenea normativa per le procedure di asilo.

 

E serve un Migration Compact euroafricano che offra linee guida per la gestione dei flussi dei cosiddetti migranti economici, attualmente delegati solo alle singole politiche nazionali. Certo, si tratta di obiettivi complessi, resi più difficili dalla contrarietà di quelle nazioni europee che finora hanno rifiutato di condividere una comune politica migratoria. Ma non è rinchiudendosi nell’egoismo che l’Unione Europea ritroverà slancio e credibilità. E, anzi, la storia insegna che chi si chiude, si perde. Lo si vede anche nel dibattito in corso sul bilancio europeo, paralizzato dalla pretesa di pesanti tagli su capitoli essenziali per l’innesco di una più alta crescita. E le contingenze vogliono che questa discussione cada nel pieno di una drammatica emergenza sanitaria da coronavirus che produrrà una pesante recessione produttiva ed economica da cui si potrà uscire solo con un piano straordinario per la crescita. Anche qui serve un colpo di reni. Non si tratta soltanto di riconoscere maggiori margini di deficit a chi, come l’Italia, oggi è colpita più di altri dall’emergenza sanitaria. Serve un cambio radicale della politica economica e di bilancio: mobilitare risorse pubbliche e private per un vasto programma di investimenti; consentire alla Ue di disporre di risorse proprie raccolte sul mercato dei capitali; contrastare le troppe forme di dumping fiscale e sociale; promuovere politiche redistributive e di contrasto alle disuguaglianze; disboscare la giungla di procedure e normative spesso soffocanti.

 

Senza questo cambio di passo assai difficilmente l’Unione Europea sarà in grado di realizzare gli ambiziosi obiettivi proposti dalla presidente della Commissione, a partire proprio dalla trasformazione green dell’economia europea. E un salto di qualità serve su conflitti e crisi alle nostre porte. Libia e Siria sono da dieci anni terreno di guerre civili devastanti, che via via hanno visto intervenire una pluralità di attori – Stati Uniti, Russia, Turchia, Arabia Saudita, Iran, Emirati, Egitto – trasformando quei conflitti in guerre per procura. E anche qui assistiamo da anni a un’Europa balbettante, paralizzata dalle velleitarie ambizioni di politiche nazionali fondate su paradigmi ottocenteschi. Inutile rammaricarsi dell’interventismo russo o turco, quando è la assenza dell’Europa ad aprire spazi ad altri attori! Ma anche qui non sta scritto che debba essere così. Si superi il vincolo dell’unanimità nelle decisioni di politica estera e si adottino decisioni a maggioranza qualificata; si riconosca un effettivo ruolo di coordinamento all’Alto Rappresentante; si attivino task force europee di peacekeeping; si rafforzino le politiche di cooperazione economica a sostegno della mediazione dei conflitti. Certo, so bene quanto sia complessa la vita di un’istituzione di 27 Stati, ciascuno geloso della propria storia, cultura,lingua, interessi. Né mi sfugge che gran parte delle difficoltà non derivano dalle istituzioni europee – Commissione, Parlamento, Corte di Giustiza, Bce – ma dall’intergovernatività che condiziona pesantemente la vita dell’Unione.

 

È il Consiglio europeo – in cui siedono i capi di Stato e di Governo – l’organo in cui si prendono le decisioni significative. È lì che si è bloccata la riforma del Regolamento di Dublino; è lì che non si trova accordo su un bilancio ambizioso; è lì che su Libia e Siria non si riesce ad andare oltre a dichiarazioni generiche e comunicati privi poi di efficacia concreta. Ma proprio per questo serve una Commissione combattiva, non supina ai diktat dei governi, determinata a mettere in campo proposte ambiziose. Si esca dall’adagio burocratico per cui si avanzano proposte solo se si ha la certezza di vederle accolte. No, si avanzano le proposte che sono indispensabili e necessarie. Si combatte per vederle riconosciute e accolte. Si chiama ognuno ad assumere le proprie responsabilità. E se la burocrazia ha l’obbligo della prudenza, non così la politica che ha il dovere di osare e di essere ambiziosa.

 

Vicepresidente della Commissione Esteri, Camera dei Deputati

 

Imprensa Scalabriniana con Avvenire



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